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martedì 19 novembre 2013

La prefazione di papa Francesco al libro del cardinale Bertone sulla Diplomazia Pontificia

Un libro sorto nel cuore del Magistero della Chiesa che contribuisce a delineare i tratti contemporanei della Diplomazia Pontificia ed offre una contestualizzazione storico-dottrinaria nella quale si possono ritrovare anche molti sensi e riferimenti dell'opera pastorale e diplomatica di S. E. Alessandro D'Errico, Nunzio Apostolico in Croazia. Appaiono in essi temi, infatti, come la Tradizione Diplomatica della Chiesa, il Dialogo Interreligioso, l'Integrazione Europea e l'entrata della Croazia nella UE, che siamo abituati a considerare seguendo e descrivendo le attività di Mons. D'Errico fin dai tempi del suo ministero in Pakistan e in Bosnia-Erzegovina.
Si tratta del libro del cardinale Tarcisio Bertone intitolato “La diplomazia pontificia in un mondo globalizzato”, edito dalla Libreria Editrice Vaticana, presentato Martedì 12 novembre 2013 nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano. Il volume è dotato della prefazione di Papa Francesco nella quale, accanto alla testimonianza per l'opera svolta dal Cardinale Segretario di Stato, egli esprime lo spirito ecclesiale e la forza crescente del suo magistero circa la Diplomazia della Santa Sede.
Alla presentazione, insieme con il Cardinale Bertone, hanno partecipato con qualificati interventi mons. Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, Hans-Gert Poettering, già presidente del parlamento europeo e presidente della Fondazione Adenauer, e il prof. Vincenzo Buonomo, docente di diritto internazionale e curatore del testo. L’incontro è stato moderato da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana.
In particolare il Cardinale ha voluto sottolineare “la pastoralità dell'azione diplomatica” e descrivere “il ricco e travagliato settennato” vissuto insieme con Benedetto XVI come Segretario di Stato del Vaticano, la cui funzione egli ha così descritto: “Direi che la funzione di segretario di Stato, erede di una antica e peculiare tradizione, diventata dopo il Concilio Vaticano II tanto diversa e lontana dalla cosiddetta 'monarchia papale', è quella di essere collaboratore, consigliere e strumento fedele di una missione che viene dall’alto e che si incarna nella variegata e originale personalità dei distinti Successori di Pietro".
Egli ha poi espresso gratitudine per le parole che il Santo Padre Francesco ha scritto per lui nella prefazione: “la storia, la cui misura è la verità della croce, renderà evidente l’intensa azione del cardinale Bertone”.
Il cardinale ha poi concluso con un sincero augurio al suo successore, mons. Pietro Parolin.
Mons. Dominique Mamberti ha rimarcato il ruolo della Diplomazia della Santa Sede e le peculiarità delle funzioni dei Pontefici, dei Segretari di Stato, e dei Rappresentanti Pontifici.
Hans-Gert Poettering ha parlato dell'integrazione europea sottolineando il contributo della Curia Romana per la realizzazione di una prospettiva di democrazia e di condivisione di una etica forte significativamente riferita ai valori religiosi e cristiani.
Vincenzo Buonomo ha sottolineato il forte e costante impegno della Chiesa e della Diplomazia Pontificia per il bene comune, giustizia libertà e dignità della persona, dei popoli e delle comunità.
Padre Lombardi ha chiuso l'incontro descrivendo i contenuti del libro, che riporta decine di interventi del Cardinale Bertone, evidenziando di questi “la tempra piemontese” condivisa con papa Bergoglio, e rinnovandogli “stima e gratitudine per il servizio grandissimo e generoso che ha svolto per la Chiesa”.

Di seguito riporto il testo della Prefazione scritta da Papa Francesco, che è peraltro interamente leggibile sul portale della Radio Vaticana raggiungibile con il link segnalato.

Sfida per il futuro

Con questo volume, il cardinale Tarcisio Bertone consegna a coloro che sono impegnati nel servizio diplomatico della Santa Sede, e non solo, un'abbondante serie di riflessioni sulle principali questioni che riguardano la vita della comunità delle Nazioni e toccano da vicino le aspirazioni più profonde della famiglia umana: la pace, lo sviluppo, i diritti umani, la libertà religiosa, l'integrazione sovranazionale.

Per la diplomazia pontificia, poi, si tratta di preziose indicazioni che consentono di coglierne l'unicità, ad iniziare dalla figura del diplomatico, sacerdote e pastore, chiamato ad un'azione che, pur mantenendo il rigoroso profilo istituzionale, è impregnata di afflato pastorale; azione che del cardinale Bertone ha caratterizzato il settennato di servizio come segretario di Stato, a sostegno generoso e fedele del pontificato di Benedetto XVI. Il suo servizio al vertice, sia nella sfera più amministrativa della Curia romana, sia in quella dei rapporti internazionali della Santa Sede, si è opportunamente prolungato durante i primi mesi del mio pontificato. La sua pacata e matura esperienza di servitore della Chiesa ha aiutato anche me, chiamato alla sede di Pietro da un Paese lontano, nell'avvio di un insieme di relazioni istituzionali doverose per un Pontefice.

L'incontro con la figura del cardinale Tarcisio Bertone, nota per il suo ruolo e la sua personalità gioviale, ha avuto per me, nel passato, tre particolari momenti. Ricordo anzitutto il primo approccio alla Torre San Giovanni in Vaticano l'11 gennaio 2007 dove sono stato in visita con la Presidenza della Conferenza Episcopale argentina: uno scambio molto sereno e nello stesso tempo assai costruttivo sui problemi che allora ci assillavano. Quando nel 2007, egli si è recato in Argentina come Legato pontificio per la celebrazione della beatificazione di Zeffirino Namuncurá, il suo tratto fraterno nell'incontrare i vescovi della Conferenza episcopale, l'affabilità tutta salesiana nel trattare con la gente dopo ogni celebrazione pubblica, avevano riscosso il mio interesse e la mia ammirazione. Il cardinale Bertone, nei suoi colloqui con le maggiori istanze politiche della nazione aveva sottolineato l'apporto della Chiesa nella pacificazione e riconciliazione, necessari per rigenerare il tessuto sociale lacerato da tante situazioni che avevano messo in pericolo la concordia nazionale, e con ciò aveva dato un prezioso sostegno all'opera intrapresa dall'episcopato argentino per ricostruire il tessuto etico, sociale e istituzionale del Paese.

Qualche mese prima dello stesso anno aveva avuto luogo in Brasile la V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano e dei Caraibi (9-14 maggio 2007) alla quale ho partecipato in qualità di primate della Chiesa di Argentina. Lì trovai il cardinale Bertone, che accompagnava Papa Benedetto XVI, interessato non solo agli aspetti ecclesiali salienti, ma alla dimensione sociale e culturale presentati nel documento finale e affidati in primo luogo alle comunità ecclesiali latino-americane.

Un interesse che riappare scorrendo l'insieme dei suoi interventi pronunciati in diverse aree geografiche, rivolti sia all'interno della Chiesa e delle sue strutture, sia di fronte alle istanze politiche dei diversi Stati e a pubblici eterogenei. 

Ci si accorge subito di un'attenzione rivolta alla crisi che stiamo vivendo, globale e complessa, che rende concreta l'idea di un mondo senza confini. La crisi, però, se è una certezza per tutti, ci interroga sulle scelte sin qui fatte e sulla direzione che in futuro intendiamo seguire, richiamando la responsabilità delle persone e delle istituzioni per eliminare le tante barriere che hanno sostituito i confini: disuguaglianze, corsa agli armamenti, sottosviluppo, violazione dei diritti fondamentali, discriminazioni, impedimenti alla vita sociale, culturale, religiosa. 

Questo domanda una riflessione realistica non solo sul nostro piccolo mondo quotidiano, ma anche sulla natura dei legami che uniscono la comunità internazionale e delle tensioni presenti al suo interno. Lo sa bene l'azione della diplomazia che attraverso i suoi protagonisti, le sue regole e i suoi metodi è strumento concorrente alla costruzione del bene comune, chiamato anzitutto a leggere i fatti internazionali, che è poi un modo di interpretare la realtà. Questa realtà siamo noi, la famiglia umana in movimento, quasi un'opera in continua costruzione che include il luogo e il tempo in cui si incarna la nostra storia di donne e di uomini, di comunità, di popoli. La diplomazia è, dunque, un servizio, non un'attività ostaggio di interessi particolari dei quali guerre, conflitti interni e forme diverse di violenza sono la logica, ma amara, conseguenza; né strumento delle esigenze di pochi che escludono le maggioranze, generano povertà ed emarginazione, tollerano ogni genere di corruzione, producono privilegi e ingiustizie.

La crisi profonda di convinzioni, di valori, di idee offre all'attività diplomatica una nuova opportunità, che è allo stesso tempo una sfida. La sfida di concorrere a realizzare tra i diversi popoli delle nuove relazioni veramente giuste e solidali per cui ogni Nazione e tutte le persone siano rispettate nella loro identità e dignità, e promosse nella loro libertà. In tal modo i diversi Paesi avranno modo di progettare il loro avvenire, così come le persone potranno scegliere i modi per realizzare le loro aspirazioni di creature fatte a immagine del creatore. 

In questa fase storica la comunità internazionale, le sue regole e le sue istituzioni si trovano, infatti, obbligate a scegliere una direzione che riprenda le loro rispettive radici costitutive e porti la famiglia umana verso un futuro che non solo parli il linguaggio della pace e dello sviluppo, ma sia capace nei fatti di includere tutti, evitando che qualcuno resti ai margini. Questo significa superare l'attuale situazione nella vita degli Stati e in quella internazionale che vede l'assenza di convinzioni forti e di programmi sul lungo periodo intrecciarsi con la profonda crisi di quei valori che da sempre fondano i legami sociali.

Di fronte a questa globalizzazione negativa che è paralizzante, la diplomazia è chiamata a intraprendere un compito di ricostruzione riscoprendo la sua dimensione profetica, determinando quella che potremo chiamare utopia del bene, e se necessario rivendicandola. Non si tratta di abbandonare quel sano realismo che di ogni diplomatico è una virtù non una tecnica, ma di superare il dominio del contingente, il limite di un'azione pragmatica che spesso ha il sapore dell'involuzione. Un modo di pensare e di agire che, se prevale, limita qualsiasi azione sociale e politica e impedisce la costruzione del bene comune. 

La vera utopia del bene, che non è un'ideologia né sola filantropia, attraverso l'azione diplomatica può esprimere e consolidare quella fraternità presente nelle radici della famiglia umana e da lì chiamata a crescere, a espandersi per dare i suoi frutti.
Una diplomazia rinnovata significa diplomatici nuovi, e cioè capaci di ridare alla vita internazionale il senso della comunità rompendo la logica dell'individualismo, della competizione sleale, del desiderio di primeggiare, promuovendo piuttosto un'etica della solidarietà capace di sostituire quella della potenza, ormai ridotta ad un modello di pensiero per giustificare la forza. Proprio quella forza che contribuisce a spezzare i legami sociali e strutturali tra i diversi popoli, e allo stesso tempo a distruggere i vincoli che legano ognuno di noi ad altre persone fino al punto di condividere lo stesso destino. La direzione che prenderanno i rapporti internazionali sarà allora legata all'immagine che abbiamo dell'altro: persona, popolo, Stato.

Ecco la chiave della rinascita di quella unità tra i popoli che fa sue le differenze senza ignorare gli elementi storici, politici, religiosi, biologici, psicologici e sociali che sono espressione di diversità. Anche di fronte a limiti, condizionamenti, ostacoli è possibile fondere e integrare i comportamenti, i valori e le regole che si sono andati costituendo nel tempo. 

La prospettiva cristiana sa valutare sia ciò che è autenticamente umano sia quanto scaturisce dalla libertà della persona, dalla sua apertura al nuovo, in definitiva dal suo spirito che unisce la dimensione umana alla dimensione trascendente. Questo è uno dei contributi che la diplomazia pontificia offre all'umanità intera, operando per far rinascere la dimensione morale nei rapporti internazionali, quella che permette alla famiglia umana di vivere e svilupparsi assieme, senza diventare nemici gli uni degli altri. Se l'uomo manifesta la sua umanità nella comunicazione, nella relazione, nell'amore verso i propri simili, le diverse Nazioni possono legarsi intorno a obiettivi e pratiche condivise, e generare così un sentire comune ben radicato. Ancora di più possono dar vita a istituzioni unitarie in seno alla comunità internazionale, capaci di compiere un servizio senza che ciò neghi l'identità, la dignità e la libertà responsabile di ogni Paese. Il servizio di queste istituzioni sarà di chinarsi davanti al bisogno dei diversi popoli, scoprendo cioè le capacità e le necessità dell'altro. È il rifiuto dell'indifferenza o di una cooperazione internazionale frutto dell'egoismo utilitaristico, per fare invece attraverso organi comuni qualcosa per gli altri. 

Il servizio così, non è semplicemente un impegno etico o una forma di volontariato, né un obiettivo ideale, ma una scelta frutto di un vincolo sociale basato su quell'amore capace di costruire una nuova umanità, un nuovo modo di vivere. Non sarà facendo prevalere la ragion di Stato o l'individualismo che elimineremo i conflitti o daremo ai diritti della persona la giusta collocazione. Il diritto più importante di un popolo e di una persona non sta nel non essere impedito di realizzare le proprie aspirazioni, bensì nel realizzarle effettivamente e integralmente. Non basta evitare l'ingiustizia, se non si promuove la giustizia. Non è sufficiente proteggere i bambini dall'abbandono, dagli abusi e dai maltrattamenti, se non si educano i giovani ad un amore pieno e gratuito per l'esistenza umana nelle sue diverse fasi, se non si danno alle famiglie tutte le risorse di cui hanno bisogno per compiere la loro imprescindibile missione, se non si favorisce in tutta la società un atteggiamento di accoglienza e di amore per la vita di tutti e di ciascuno dei suoi membri. 

Una comunità degli Stati matura sarà quella in cui la libertà dei suoi membri è pienamente responsabile della libertà degli altri, sulla base dell'amore che è solidarietà operante. Questa, però, non è qualcosa che cresce spontaneamente, ma implica la necessità di investire lavoro, pazienza, impegno quotidiano, sincerità, umiltà, professionalità. Non è questa la via maestra che la diplomazia è chiamata a percorrere in questo XXI secolo?

Sono tanti e pregnanti gli spunti di questo lavoro che dimostra quanto il cardinale Bertone abbia saputo presentare l'annuncio evangelico, i valori e le grandi istanze della dottrina della Chiesa, in conformità con le linee portanti del magistero di Benedetto XVI, con quell'equilibrio e quella sobrietà necessari a favorire una cultura del dialogo, propria della Santa Sede. 

Il metro della vita dei servitori della Chiesa non è dettato da quel "stampare una notizia a grandi lettere, perché la gente pensi che sia indiscutibilmente vera" (Jorge Luis Borges), anzi è intessuto, pur nei limiti inerenti alla condizione e possibilità di ciascuno, dalla silenziosa e generosa dedizione al bene autentico del corpo di Cristo e al servizio duraturo della causa dell'uomo. Perciò la storia, la cui misura è la verità della croce, renderà evidente l'intensa azione del cardinale Bertone, che ha dimostrato anche di avere la tempra piemontese del gran lavoratore che non lesina nelle fatiche nel promuovere il bene della Chiesa, preparato culturalmente e intellettualmente e animato da una serena forza interiore che ricorda la parola dell'apostolo delle genti: "Di null'altro mai ci glorieremo se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di Lui siamo stati salvati e liberati" (Galati, 6, 14).



domenica 15 settembre 2013

Le considerazioni di Večernji list sulla nomina di Mons. Parolin alla Segreteria di Stato

Con la nomina del nuovo Segretario di Stato fatta da papa Francesco, i cattolici di Croazia e i Croati cattolici di Bosnia-Erzegovina si aspettano novità e attenzioni nuove per le espressioni della fede e del dialogo interreligioso nelle loro nazioni. Di questa aspettativa si è fatta interprete l'importante testata giornalistica di Večernji list nelle edizioni di Zagabria e di Mostar, sia con il mezzo cartaceo e sia con la comunicazione in rete, dedicando un ampio spazio all'importanza e ai significati della nomina del vescovo Pietro Parolin.
Večernji list è anche la testata che ha curato la pubblicazione nel marzo 2012 del libro IN HONOREM scritto per la celebrazione della missione settennale di S. E. Alessandro D'Errico come Nunzio Apostolico a Sarajevo, e per evidenziare il lavoro diplomatico svolto con la firma dell'Accordo di Base tra la Santa Sede e la Bosnia-Erzegovina. 

Un lavoro svolto, a conclusione della crisi iugoslava, per ristabilire il giusto ruolo dei Cattolici di BiH e per proporre un orizzonte formale ed operativo al dialogo interreligioso e sociale con le componenti ortodosse e musulmane.
La presentazione dell'Accordo di Base e del quadro storico-politico che ha rappresentato il contesto della sua formulazione, insieme con il suo proporsi come modello per gli accordi delle altre confessioni religiose con lo Stato: sono stati anche gli argomenti della Relazione svolta con grande competenza da mons. Pietro Parolin nel maggio 2009, nell'ambito di un Convegno svolto all'Angelicum di Roma sul tema del rapporto tra la Santa Sede e gli Stati Europei del post-comunismo. La Relazione del Monsignore, divenuto prima Nunzio Apostolico in Venezuela ed ora nominato Segretario di Stato del Vaticano, fu pubblicata in italiano nel libro del decennale del Nunzio Apostolico D'Errico (Diplomazia e Servizio Pastorale, 2009), ed in croato nel libro In Honorem; essa è stata proposta alla rilettura anche nel post del 7 settembre 2013 di questo blog Chiesa e Diplomazia.

Negli articoli scritti sulla nomina di Mons. Parolin, uno dei quali riportato anche sul portale dei Croati di Bosnia-Erzegovina, Večernji list ha fatto espresso riferimento alla relazione letta all'Angelicum e al legame di amicizia con Mons. D'Errico. Di seguito possiamo leggere il testo tradotto in italiano dell'articolo sulla edizione cartacea di Zagabria. La traduzione ci è offerta da Sr. Stella, collaboratrice della Nunziatura.


Večernji List, 10 settembre 2013, pag. 24
Zoran Krešić

IL NUOVO “PRIMO MINISTRO” DEL VATICANO CAPISCE ANCHE I PROBLEMI DI DAYTON E DELLA BiH

Petro Parolin, il Segretario di Stato della Santa Sede, testimonia la profondità del rinnovamento tra i sacerdoti
Il Nuovo Segretario di Stato, l’Arcivescovo Pietro Parolin non e’ una sorpresa nella Curia Vaticana, e il suo arrivo testimonia il molteplice rinnovamento tra i sacerdoti incominciato con l’arrivo di Papa Francesco. Con la sua nomina è terminato il periodo dell’uomo più potente del Vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone, persino considerato più potente del Santo Padre, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Il Nuovo Segretario ha anche una specificità: per la prima volta questa funzione è affidata a una persona che non ha il titolo del Cardinale.
Vive i principi del Papa
Il Segretario di Stato presiede uno dei Dicasteri più vecchi e più importanti nella Curia Vaticana. Fra poco sarà annoverato nel Collegio dei Cardinali, il corpo che elegge il Papa. Egli è una persona che nel suo lavoro fatto fin’ora ha vissuto i principi proposti dal Papa Francesco e testimonia un nuovo volto della Chiesa che esprime il rinnovamento interno. Secondo i dati accessibili il Papa si fida molto di lui e questa considerazione si è dimostrata evidente dopo la sua nomina, sulla quale da tempo ci sono state speculazioni e ora si sono verificate. Al momento della nomina egli ha detto che “non merita” quella posizione, e questa non è stata un’espressione di disubbidienza o di rifiuto ma di umiltà. Le aspettative dal nuove Segretario di Stato sono grandi perché in un certo modo la Chiesa sta vivendo la sua trasfigurazione per quanto riguarda l’umiltà e l'avvicinamento all’uomo povero. Le sue competenze sono ampie e la sua posizione nella Segreteria di Stato della Santa Sede si è affermata con i cambiamenti fatti negli anni 1968 e 1973 e svolgendo quasi tutte le funzioni politiche e diplomatiche della Santa Sede e della Città del Vaticano. L'impegno più importante è quello degli Affari Generali che richiegr un servizio quotidiano, dipendente dalle esigenze del Santo Padre, e poi ci sono i rapporti con le altre sezioni della Curia Romana. Egli collabora alla stesura di tutti i documenti che prepara il Santo Padre, ordina i compiti e le attività dei rappresentanti della Santa Sede, sopratutto quando si tratta delle Chiese locali. Un'altra parte del suo lavoro riguarda i rapporti con gli Stati, le relazioni diplomatiche, i concordati e accordi simili. Parolin ha un’esperienza sufficiente nella diplomazia (è stato in varie missioni della Santa Sede e da una di esse proprio sta tornando in Vaticano) poi ha lavorato anche in Vaticano. In tutti i posti dove ha lavorato - Nigeria, Messico, Vaticano, Venezuela dove è stato Nunzio - ha dimostrato la massima competenza, e il suo lavoro ha portato buoni frutti. Nel breve curriculum vitae del nuovo Segretario di Stato sta scritto che ha lavorato come Sotto-Segretario nella Segreteria di Stato – Sezione per i Rapporti con gli Stati, quindi conosce bene la situazione negli Stati con i quali il Vaticano ha i rapporti diplomatici. Svolgendo questo servizio ha seguito con molta attenzione il lavoro dell’attuale Nunzio Apostolico in Croazia, l’Arcivescovo Alessandro D’Errico il quale, in quel periodo è stato Nunzio Apostolico in BiH.
Da quale parte si possa applicare
L’Arcivescovo Parolin, già Nunzio Apostolico in Venezuela, è amico molto stretto del Nunzio D’Errico. Nella sua relazione fatta nella Pontificia Università di San Tomaso d’Aquino a Roma, in mese di maggio 2009, con parole precise e misurate ha testimoniato la conoscenza della situazione nella società e la pressione sulla Chiesa, durante il comunismo sui territori della Jugoslavia, e anche ha sottolineato che gli è noto il significato della stipulazione del accordo principale tra due Stati, tra Santa Sede e Bosnia ed Erzegovina. Secondo lui, questo accordo dovrebbe essere l’introduzione nella ristabilizzazione della convivenza secolare dopo gli anni di guerra nella BiH.
Questo cambiamento della situazione politica, delle leggi e della prassi quotidiana da una parte permette l’applicazione dei principi e delle regole di democrazia e contribuisce alla costruzione della concordia sociale, e d’altra parte e molto utile per il processo dell’integrazioni della BiH in Europa. Questa è una grande aspirazione della BiH che storicamente è sempre appartenuta all’Europa come ha detto il Segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertene nel momento dello scambio degli strumenti di ratifica dell’Accordo fondamentale tra la Santa Sede e la BiH”: questa e’ la valutazione di Pietro Parolin. In questo contesto l’Accordo principale tra due Stati ha un significato storico. “Non è soltanto importante, ma è anche storico: non e’ soltando un segno in più della cura della Sante Sede per la comunità cattolica locale, tanto provata nella sua storia recente, ma e’ una dimostrazione che le Autorità nella BiH desiderano intraprendere una nuova strada verso i principi democratici riconosciuti a livello internazionale. Questo accordo conferma che esse (autorità) intendono dare un’importanza effettiva al principio della libertà religiosa per arrivare in tal modo alla tanto desiderata concordia sociale nel Paese”: ha detto il neoeletto Segretario di Stato della Santa Sede. La BiH ha un’accordo specifico che non può essere applicato in nessun altra parte del mondo, dopo aver fermato la guerra che ha portato questo Paese in una totale paralisi. Invece questo accordo con la Santa Sede, dal Nunzio Apostolico Parolin, e ora Segretario di Stato della Santa Sede, è stato presentato come un modello ideale per stabilire i rapporti tra la Santa Sede e altri Stati multinazionali e multiconfessionali. Il modello presentato è stato inaugurato dal Rappresentante Pontifico di allora, l’Arcivescovo Alessandro D’Errico. Il rientro dell’Arcivescovo Parolin in Vaticano sarà molto importante per le Chiese locali in Croazia e BiH nonché per i croati cattolici nella BiH, perchè la loro posizione è molto delicata, più delicata degli altri popoli costituzionali. Avendo una comunicazione molto vivace e molto buona con il Nunzio in Croazia, il Segretario di Stato avrà anche una precisa e esatta diagnosi della completa situazione nello Stato e si potrà aspettare un proseguimento del forte appoggio alla società croata e alla comunità cattolica.
CHI E’ D’ERRICO
La sua prima missione è stata quella in Pakistan
Ha 62 anni, l’Arcivescovo Alessandro D’Errico ha una buona comunicazione con il nuovo Segretario di Stato Pietro Parolin, che prende possesso di questo ufficio nella metà del mese di Ottobre. Prima di essere stato Nunzio in Croazia ha trascorso 7 anni come Nunzio Apostolico in BiH, e per due anni, nello stesso tempo, è stato anche il Nunzio in Montenegro. La prima missione come Nunzio Apostolico è stata quella in Pakistan. Večernji list ha pubblicato il libro “In honorem Alessandro D’Errico, Nunzio Apostolico in BiH”, nel quale sono state portate le testimonianze molto positive su di lui, da parte di varie personalità ed è stata pubblicata anche la relazione del Segretario di Stato Parolin sulla BiH.


sabato 7 settembre 2013

Rilettura di una Relazione di Mons. Parolin (nuovo Segretario di Stato) sull'importanza dell'Accordo di Base tra la Santa Sede e la Bosnia ed Erzegovina

Il 31 Agosto 2013 Papa Francesco ha nominato l'Arcivescovo Pietro Parolin Segretario di Stato del Vaticano, dopo aver accettato le dimissioni del Cardinale Tarcisio Bertone. Subito dopo l'annuncio ufficiale, dato dalla Radio Vaticana e dall'Ufficio Stampa della Santa Sede, nel “villaggio globale” della comunicazione è iniziato il tam tam dei media mondiali (giornali, emittenti radiotelevisive, portali e blog della rete, religiosi, laici e vaticanisti) per comunicare e rilanciare la mole ingente e svariata delle impressioni, delle valutazioni e dei significati legati alla nomina e alla personalità (sacerdotale e diplomatica) di Mons. Parolin che finora ha operato come Nunzio Apostolico in Venezuela.
A partire dalle prime informazioni contenute nella breve scheda biografica e nel curriculum vitae, ufficialmente diramate dalle fonti ecclesiastiche della Santa Sede, e dalle prime dichiarazioni personali comunicate dalla sede della Nunziatura di Caracas, si sono fortemente sviluppati un dibattito ed una ricerca tesi ad evidenziare il percorso ministeriale finora realizzato da Mons. Parolin insieme con la complessità delle problematiche che egli andrà ad affrontare nel suo nuovo ruolo.

Appare abbastanza unanime l'impressione positiva suscitata dai “talenti” di Mons. Parolin, nominato nel 2002 Sottosegretario dei Rapporti con gli Stati da Giovanni Paolo II e nel 2009 Nunzio Apostolico da Benedetto XVI, il quale a 58 anni diviene il Segretario di Stato più giovane dai tempi di Papa Pacelli. In primis tra questi talenti viene annotata la spiritualità, vissuta nello stile pastorale propugnato da papa Francesco, che si accompagna alla lunga esperienza diplomatica e alla capacità di dialogo interculturale; e poi l'impegno costante nel lavoro, nella comunicazione e nell'approfondimento sapienziale delle tematiche che riguardano il suo ministero, commisurato con positivi risultati, nell'ottica ecclesiale, ottenuti nel vasto campo della geopolitica e delle relazioni internazionali. I media, e i vaticanisti più accreditati, pongono in risalto le delegazioni e gli interventi svolti, e comunicati in qualificati simposi e conferenze, da mons. Parolin con l'obiettivo di dotare la Chiesa di Roma di opportunità, di procedure e di attività di dialogo con le aree e le culture critiche del pianeta, dall'Africa all'Estremo Oriente e alle Americhe. Gli interventi evidenziati riguardano, ad esempio, i rapporti tra Stato e Chiesa in Cina, i dossier sui rapporti tra Santa Sede e Vietnam, le relazioni giuridiche con Israele.
Per definire ed approfondire meglio ancora l'operatività e lo studio di Mons. Parolin alcune importanti testate e portali di consultazione in rete hanno cominciato anche a pubblicare e a linkare taluni tra i suoi interventi più significativi (Pasqua 2007 in Vietnam, Conferenza Generale AIEA 2006). E così, cercando di leggere in anticipo le caratteristiche che avrà l'opera futura del nuovo Segretario di Stato, gli osservatori hanno prefigurato un modus operandi (cfr. vaticanisider.la stampa.it) che, nel solco della migliore tradizione diplomatica della Chiesa, consentirà alla Santa Sede di “offrire ancora il suo contributo di saggezza e lungimiranza per favorire i cammini della pace”.
La carrellata mediatica degli approfondimenti e delle riflessioni, avviata dalla notizia della nomina e delle scelte operate da Papa Francesco per la Segreteria di Stato, per molti versi appare lunga ed esaustiva nelle inquadrature retrospettive dell'opera internazionale svolta da Mons. Parolin; e tende ad individuare le prospettive e le caratteristiche degli scenari più critici ed impegnativi, in particolare quelli europei e mediorientali riguardanti la coesistenza di confessioni cristiane diverse e i rapporti interreligiosi con l'Islam e l'Ebraismo. Sono scenari che, insieme con quelli delle emergenze delle cosiddette 'periferie povere' del mondo, sono già aperti e si aprono ancora di fronte alla diplomazia vaticana che va a confrontarsi nel dialogo con le diversità economiche, nazionali, religiose ed etniche.

In questo senso un contributo alla focalizzazione di un tratto importante del percorso svolto da Mons. Parolin - “sacerdote e fine diplomatico che si muove nello spirito della conversione pastorale indicato da Papa Francesco ai Nunzi Apostolici di tutto il mondo” (Mons. D'Errico) – può venire anche da questo blog “Chiesa e Diplomazia” che segue le attività del ministero pastorale del Nunzio Apostolico in Croazia.
L'opera ecclesiale e diplomatica di Mons. D'Errico, svolta a livello internazionale e con la titolarità delle Nunziature Apostoliche in Pakistan, in Bosnia-Erzegovina, in Montenegro, e attualmente in Croazia, appare in effetti come un rispecchiamento delle istanze di spiritualità, di dialogo e di pastoralità, legate dal Pontefice alla nomina del nuovo Segretario di Stato; e moltissime sono le espressioni e le simbiosi che si possono cogliere in questo senso. Ne proponiamo una in particolare, rilevabile nel luogo d'incontro sinergico, recente e significativo dal punto di vista spirituale-ecclesiale e dal punto di vista culturale-diplomatico, dell'opera di Mons. D'Errico con l'opera di Mons. Parolin: l'interscambio di un magistero della Diplomazia della Santa Sede e di una comune visione spirituale della Chiesa che si può leggere in una relazione di Parolin pubblicata nel libro “Diplomazia e Servizio Pastorale” stampato nel 2009 con la prefazione del cardinale Vinko Pulic, Arcivescovo di Sarajevo, per celebrare il decennale del Nunzio.

La relazione fu letta nel maggio 2009 alla Conferenza organizzata dall'Ateneo fondato dai Domenicani a Roma (Angelicum - Pontificia Università Teologica “S. Tommaso D'Aquino”) sul tema The Holy See & the States of Post-Communist Europe”. Mons. Parolin sviluppò l'argomento dell'Accordo di Base tra la Santa Sede e la Bosnia-Erzegovina, che era stato sottoscritto da Mons. D'Errico come rappresentante pontificio, ed intitolò il suo intervento: “The Basic Agreement Between the Holy See and Bosnia and Herzegovina, in Relation to the Orthodox and Muslim Communities”.

Con il Nunzio consenziente, proponiamo di seguito il testo della relazione alla lettura integrale in italiano. 


L’Accordo di Base tra la Santa Sede e la Bosnia ed Erzegovina
in rapporto alle Comunità Ortodossa e Musulmana
(Conferenza del Rev.mo Mons. Pietro Parolin,
allora Sotto-Segretario dei Rapporti della Santa Sede con gli Stati,
alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino)
Roma, 27 maggio 2009.

Ringrazio vivamente gli organizzatori per l’invito a partecipare a questo convegno su “The Holy See and the States of Post-Communist Europe.  Key Aspects of their Relations Twenty Years after the Fall of the Berlin Wall” e rivolgo un deferente e cordiale saluto a tutti i partecipanti.
Mi è stato chiesto di intervenire su “The Basic Agreement of the Holy See with Bosnia and Herzegovina, in relation to the Orthodox and Muslim Communities”.
Com’è noto, la Santa Sede stipula Accordi bilaterali con gli Stati per assicurare, a livello di diritto internazionale, un quadro giuridico adeguato per la presenza e le attività delle comunità cattoliche locali. Al riguardo, mi sembra utile aggiungere due osservazioni generali:
1) Ben lungi dall’assistere a quel “tramonto dei concordati” pronosticato da numerose teorie dopo il Concilio Vaticano II, siamo stati testimoni negli ultimi decenni di una “rifioritura dell’attività pattizia” della Santa Sede. Se nel quarantennio che va dal 1950 al 1989 sono stati stipulati 85 Accordi (nelle diverse forme di Concordati, Accordi-quadro, Protocolli, Note reversali, Modus Vivendi, Avenant, ecc.), con una media di 19 Accordi per ogni decade, nella sola ultima decade del secolo, dal ’90 al 2000, se ne registrano quasi una cinquantina e il ritmo è continuato anche nella decade in corso.
2) Inoltre, l’attività pattizia della Santa Sede ha mutato area geografica.  Nel quarantennio che va dal ’50 al 2000, essa ha interessato principalmente l’Europa occidentale (56) e l’America Latina (20), mentre in seguito si è spostata nell’Europa centro-orientale, cioè nei Paesi già facenti parte del blocco socialista.  Ed in effetti, il trapasso dal regime comunista a quello democratico ha richiesto una precisa rifondazione dell’assetto giuridico degli Stati: nuove Costituzioni, nuovi Codici civili, penali, commerciali e processuali, come pure una nuova impostazione dell’atteggiamento verso il fattore religioso e, in particolare, verso le istituzioni e le comunità religiose organizzate. Ciascun ordinamento, quindi, ha cercato di ridefinire i propri rapporti con le confessioni religiose.
In tale orizzonte si colloca “L’Accordo di Base tra la Santa Sede e la Bosnia ed Erzegovina” (firmato il 19 aprile 2006), con il relativo “Protocollo addizionale” (firmato il 29 settembre 2006), entrambi entrati in vigore il 25 ottobre 2007. Quest’Accordo, tenendo conto della composizione multietnica e multireligiosa della Bosnia ed Erzegovina, è importante anche per i rapporti della Chiesa Cattolica con la Comunità ortodossa e con la Comunità musulmana.
Questa relazione si articola in tre parti. Nella prima presento la situazione storica recente delle comunità religiose in Bosnia ed Erzegovina, nel contesto di quella realtà politica e sociale. Nella seconda parte cerco di ripercorrere le fasi più importanti del processo di preparazione, firma, ratifica e applicazione dell’Accordo di Base e del relativo Protocollo Addizionale. Nella terza mi soffermo sul significato dell’Accordo in senso ecumenico e interreligioso.

I
Dal comunismo – attraverso la guerra - verso la democrazia.

In tutti i Paesi dell’Europa a regime comunista, in conseguenza dell’ideologia marxista secondo cui la religione era vista come “affare privato” e – secondo la ben nota espressione – come“oppio del popolo”, era in vigore la prassi della separazione ostile o “separazione ateista” tra Stato e Comunità religiose. Essa ha comportato la più totale emarginazione del fenomeno religioso rispetto alla realtà sociale e quasi la sua riduzione alla clandestinità – dal momento che lo Stato comunista cercava di ridurre ai minimi termini la presenza delle Chiesa perfino nella vita privata dei cittadini – e si è tradotta nel più vistoso tentativo di scristianizzazione compiuto da uno Stato totalitario nell’epoca contemporanea. L’esperienza del separatismo ateista di derivazione sovietica fu esportato ed imposto anche nei Paesi dell’est europeo nel secondo dopoguerra (con la formazione del blocco politico- militare dei cosiddetti Stati socialisti), anche se non con gli stessi caratteri e lo stesso rigore assunti nell’URSS. I regimi ponevano, comunque, molti limiti all’esistenza e alle attività delle Comunità religiose, non raramente anche con persecuzioni e, di conseguenza, anche la libertà religiosa dei singoli cittadini era molto coartata, se non del tutto eliminata. Tale era la situazione anche in Bosnia ed Erzegovina, una delle Repubbliche della ex-Jugoslavia socialista. Soprattutto nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, il regime era alquanto rigido: molti religiosi e fedeli di tutte le religioni furono perseguitati, incarcerati o uccisi; i beni furono nazionalizzati; le scuole e la stampa gestite dalle Comunità religiose furono proibite, ecc. In una fase successiva, durante l’ultimo decennio del regime comunista, la posizione delle Comunità religiose migliorò un poco, grazie alla “legge sulla posizione giuridica delle comunità religiose” del 1976; tuttavia lo Stato non abbandonò la propria posizione sostanzialmente ostile.
Dopo il periodo comunista, nel 1992, in Bosnia ed Erzegovina sopravvenne purtroppo la triste realtà della guerra fratricida, terminata soltanto alla fine del 1995 con l’Accordo di Pace di Dayton. In questo periodo di scontro, la religione non raramente fu manipolata, e qualche volta anche invocata come mezzo per identificare il nemico. Naturalmente, molte ragioni favorivano simili prese di posizione, e in particolare il fatto che, caduto il regime comunista, quella società si trovò improvvisamente a dover affrontare la guerra, ancor prima di aver potuto organizzarsi con leggi democratiche, e aver risolto almeno alcuni dei problemi più importanti.
Dopo l’Accordo di Dayton emerse una nuova realtà politica, intesa a incamminare la Bosnia ed Erzegovina sulla via della democrazia e del rispetto dei diritti umani. Il Paese voleva chiudere definitivamente con il passato comunista e favorire il ritorno ad una pacifica convivenza tra le componenti etnico-religiose. Evidentemente a livello legale questo era possibile soltanto attraverso un lungo processo legislativo, in grado di dotare il Paese di nuovi strumenti normativi. Perciò non è da meravigliarsi che fino a poco tempo fa fossero ancora in vigore, almeno formalmente, parecchie leggi del vecchio regime.
Questo mutamento di situazione politica, leggi e prassi quotidiana, da una parte, permette l’applicazione dei principi e delle regole di democrazia, e contribuisce alla costruzione dell’armonia sociale; dall’altra, giova molto al processo di integrazione europea della Bosnia ed Erzegovina. Questa è la grande aspirazione di oggi della Bosnia ed Erzegovina, che per la sua storia è sempre appartenuta all’Europa, come peraltro disse il Segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone, in occasione dello scambio degli strumenti di ratifica dell’Accordo di Base tra la Santa Sede e la Bosnia ed Erzegovina.
In questo contesto, l’Accordo assume particolare rilevanza. Esso non solo è importante, ma ha anche un significato “storico” – com’è stato detto da più parti; non solo è un segno ulteriore della particolare sollecitudine della Santa Sede per la Comunità cattolica locale, tanto provata nella sua storia recente, ma evidenzia anche che le Autorità di Bosnia ed Erzegovina vogliono battere una strada “nuova”, secondo principi democratici riconosciuti a livello internazionale; in particolare è la conferma che esse intendono dare la giusta rilevanza al principio della libertà religiosa, per giungere anche per questa via alla tanto desiderata e necessaria armonia sociale nel Paese.

II
Preparazione, firma, ratifica e applicazione
dell’Accordo di Base e del Protocollo Addizionale.

Il riconoscimento dell’indipendenza politica della Bosnia ed Erzegovina da parte della Comunità internazionale avvenne nel 1992. Grazie alla sollecitudine di Giovanni Paolo II, la Santa Sede fu tra i primi a stabilire relazioni diplomatiche con la Bosnia ed Erzegovina, nominando all’inizio un Nunzio Apostolico non residente, per passare successivamente, nel periodo del dopoguerra, alla nomina di un Nunzio residente.
I lavori preparatori sull’Accordo
Poco dopo la prima visita di Giovanni Paolo II in Bosnia ed Erzegovina (del 1997, a Sarajevo), nacque l’idea di un Accordo con la Santa Sede, che potesse offrire un quadro giuridico di base per le attività della Chiesa Cattolica locale.
L’anno 2002 segna una tappa importante. Di comune accordo furono costituite due Commissioni, una ecclesiastica e una governativa, con l’incarico di preparare una bozza di Accordo. La Commissione ecclesiastica era guidata dall’allora Nunzio Apostolico in Bosnia ed Erzegovina, l’Arcivescovo Giuseppe Leanza (ora Nunzio Apostolico in Irlanda); la Commissione governativa era guidata dal Sig. Ivica Mišić, già Vice-Ministro degli Affari Esteri e allora Ambasciatore di Bosnia ed Erzegovina presso la Santa Sede.
Le due Commissioni conclusero i lavori il 18 dicembre 2002, con una proposta che fu presentata alle rispettive autorità competenti. Si sperava di poter firmare l’Accordo sei mesi dopo, in occasione della visita di Giovanni Paolo II a Banja Luka del 23 giugno 2003. Ciò non fu possibile per le perplessità avanzate da alcuni ambienti politici e religiosi. Le difficoltà non riguardavano tanto il contenuto del testo proposto, quanto piuttosto il dubbio che un Accordo con la Santa Sede potesse favorire o privilegiare la Chiesa Cattolica in uno Stato multireligioso e multietnico. Intanto, nel 2003 l’Arcivescovo Santos Abril y Castelló era succeduto all’Arcivescovo Leanza come Nunzio Apostolico in Bosnia ed Erzegovina.
La legge sulla libertà religiosa
Parallelamente all’iter dell’Accordo, presso i competenti Uffici dello Stato era in corso l’elaborazione di una “Legge sulla libertà religiosa e sullo stato giuridico delle Comunità religiose in Bosnia ed Erzegovina”. La circostanza, tenendo conto anche delle già ricordate perplessità, consigliò di rimandare i lavori sull’Accordo con la Santa Sede a un tempo successivo alla promulgazione di tale legge. Essa entrò in vigore a metà marzo del 2004.
La ripresa dei negoziati
Dal marzo 2004 a più riprese e in diversi modi si cercò di rispondere ai dubbi che erano stati sollevati in precedenza circa la opportunità di un Accordo con la Santa Sede. In particolare furono sottolineati seguenti punti:
a) L’Accordo doveva essere visto nell’interesse del Paese, poiché poteva offrire a livello internazionale un’immagine positiva e democratica della Bosnia ed Erzegovina, uscita da una dittatura comunista che ostacolava l’esercizio della libertà religiosa, e da una guerra nella quale anche la diversa appartenenza religiosa non raramente era stata invocata per confrontarsi e combattersi.
b) L’Accordo non si opponeva, ma poteva rappresentare uno sviluppo ed una ulteriore garanzia giuridica rispetto alla legge sulle Comunità religiose, mediante la quale la Bosnia ed Erzegovina si era impegnata a riconoscere e a rispettare la libertà religiosa di ogni singolo cittadino, ed il principio di uguaglianza davanti alla legge delle tre Confessioni religiose costitutive del Paese (Islam, Ortodossia e Cattolicesimo).
c) Neppure il principio di uguaglianza dei tre popoli costitutivi si opponeva all’Accordo, perché esso impone un differenziato trattamento giuridico nel caso di fattispecie giuridiche differenti. L’Autorità alla quale fa capo la Chiesa Cattolica è anche un soggetto di diritto internazionale, cioè la Santa Sede, per cui il rapporto bilaterale si può esprimere anche nella forma di un Accordo internazionale.
d) Tali presupposti, e la necessità di stabilire un quadro giuridico adeguato per il reale esercizio dei diritti dei cittadini nell’ambito religioso, hanno portato parecchi Paesi vicini, nei quali la questione religiosa ora si è normalizzata, a firmare simili Accordi con la Santa Sede.
Fu così costituito un Gruppo di Lavoro governativo, che nel mese di febbraio del 2006 presentò al Consiglio dei Ministri una proposta di Accordo con la Santa Sede, molto simile a quella del 2002.
Il nuovo Nunzio Apostolico, l’Arcivescovo Alessandro D’Errico (nominato alla fine del 2005), in diverse occasioni – sia nei contatti con le più alte autorità, sia in interventi pubblici – insistette su alcuni punti perché si superassero le perplessità che ancora restavano in alcuni ambienti: a) la Santa Sede non chiede privilegi, ma desidera soltanto –  con un trattato internazionale, com’è nella sua tradizione - regolare giuridicamente le attività della Chiesa cattolica; b) inoltre, essa si augura che simili Accordi possano essere firmati presto anche con altre Comunità religiose, nel rispetto dell’uguaglianza dei tre popoli costitutivi, ed anche per favorire la necessaria armonia sociale ed il dialogo ecumenico e interreligioso.
La firma dell’Accordo
Il Consiglio dei Ministri approvò la bozza di Accordo il 21 febbraio 2006; due giorni dopo la stessa bozza, con poche varianti, fu approvata anche nella Presidenza Collegiale.
Per la soluzione delle ultime difficoltà contribuirono molto due altri elementi. Anzitutto l’impegno profuso dal Sig. Ivo Miro Jović nel corso del suo mandato di Presidente di turno della Presidenza Collegiale (otto mesi, fino alla fine di febbraio 2006). Poi, la visita in Vaticano del nuovo Presidente di turno della Presidenza Collegiale, il Sig. Sulejman Tihić, alla fine di marzo 2006: nei suoi incontri con il Santo Padre Benedetto XVI e l’allora Segretario di Stato, Card. Angelo Sodano, si discusse anche dell’Accordo e furono apportati gli ultimi ritocchi.
Inizialmente si pensava ad un testo in quattro versioni autentiche (italiana, croata, bosniaca e serba). Nella fase finale delle trattative però, per evitare in futuro eventuali problemi d’interpretazione, fu accettata la proposta della Santa Sede che il testo autentico dell’Accordo fosse redatto solo in inglese, secondo la possibilità offerta dalla legge della Bosnia ed Erzegovina sulla procedura di stipulazione e di applicazione dei Trattati internazionali.
L’Accordo di Base tra la Santa Sede e la Bosnia ed Erzegovina fu firmato al Palazzo Presidenziale di Sarajevo il 19 aprile 2006, nel primo anniversario dell’elezione del Santo Padre Benedetto XVI al Supremo Pontificato. Erano presenti tutti i membri della Conferenza Episcopale e numerosi rappresentanti dello Stato. Per la Bosnia ed Erzegovina firmò il Sig. Ivo Miro Jović, Membro della Presidenza Collegiale; e per la Santa Sede l’Arcivescovo Alessandro D’Errico, Nunzio Apostolico in Bosnia ed Erzegovina.
La reazione dell’Ufficio dell’Alto rappresentante
Il giorno successivo alla cerimonia della firma dell’Accordo, l’Ufficio dell’Alto rappresentante della Comunità Internazionale in Bosnia ed Erzegovina fece presente una difficoltà, che mai era stata sollevata in precedenza. Cioè, che i dieci anni previsti all’articolo 10 comma 3 dell'Accordo per la restituzione dei beni della Chiesa a suo tempo nazionalizzati, sembravano troppo pochi, perché una tale scadenza avrebbe potuto mettere a rischio il fragile sistema economico del Paese. L’Alto Rappresentante proponeva quindici anni come termine per la futura restituzione, anche perché così era previsto da una Commissione interministeriale che stava prepararando una proposta di legge sulla restituzione.
Il Protocollo Addizionale e la ratifica
Durante l’estate 2006 ci furono intense trattative con l’Ufficio dell’Alto Rappresentante e le più alte Autorità del Paese, al fine di risolvere questa difficoltà. Dopo aver consultato i Vescovi, per evitare l’impressione che la Chiesa Cattolica fosse interessata all’Accordo per questioni materiali, la Santa Sede rinunciò ad ogni termine di scadenza, e si disse disposta a rimandare questo aspetto della questione alla futura legge che dovrà regolare la restituzione di tutti i beni nazionalizzati (e non soltanto quelli della Chiesa Cattolica).
La proposta della Santa Sede fu accettata e si giunse alla firma di un Protocollo Addizionale come parte integrante dell’Accordo di Base. Essa ebbe luogo il 29 settembre 2006 a Sarajevo, nella sede della Nunziatura Apostolica. Anche il Protocollo Addizionale fu firmato dal Sig. Ivo Miro Jović e dal Nunzio Apostolico Arcivescovo Alessandro D’Errico. Tuttavia, in quella circostanza il medesimo Rappresentante Pontificio fu incaricato di comunicare all’Alto Rappresentante e alle Autorità del Paese che il Protocollo Addizionale doveva essere considerato come un gesto di buona volontà da parte della Santa Sede, e che ora essa auspicava vivamente che la legge sulla restituzione potesse essere approvata in tempi brevi.
Dopo il necessario iter parlamentare, nella seduta della Presidenza collegiale svoltasi il 20 agosto 2007 all’unanimità fu presa la deliberazione sulla ratifica dell’Accordo di Base e del Protocollo Addizionale. La solenne cerimonia dello scambio degli strumenti di ratifica ebbe luogo in Vaticano il 25 ottobre 2007, tra il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il Presidente di turno della Presidenza Collegiale Sig. Željko Komšić.
Il contenuto dell’Accordo
L’Accordo di Base con la Bosnia ed Erzegovina è composto da un preambolo e 19 articoli. Come nella maggior parte dei Concordati o di simili Accordi della Santa Sede con gli Stati, nel preambolo si menzionano alcuni principi (e in particolare quello di autonomia ed indipendenza dello Stato e della Chiesa, nonché quello della loro disponibilità alla mutua collaborazione). Poi, nei 19 articoli si regolano la questione della personalità giuridica delle istituzioni ecclesiastiche, il libero esercizio della missione della Chiesa, la libertà di culto, l’inviolabilità del segreto confessionale, la costruzione degli edifici sacri, i giorni non lavorativi per i cattolici, il diritto di acquistare possedere usufruire o alienare beni mobili e immobili, l’organizzazione di strutture cattoliche educative ed assistenziali, l’insegnamento della religione, il diritto ad avere media propri e accesso a quelli pubblici. Secondo il Protocollo Addizionale, la restituzione dei beni a suo tempo nazionalizzati, sarà eseguita in conformità alla legge che regolerà tale materia, anche per ciò che riguarda il periodo della loro restituzione.
La questione dei matrimoni
Le varie bozze conservarono a lungo un articolo che prevedeva gli effetti civili del matrimonio religioso, come di solito avviene in simili Accordi della Santa Sede con gli Stati. Tuttavia, i Vescovi locali chiesero che il matrimonio canonico non avesse effetti civili, in considerazione della complessità multietnica e multireligiosa della Bosnia ed Erzegovina, che consigliava di tener del tutto separati i due fori in materia matrimoniale.
La Commissione Mista per l’applicazione dell’Accordo
Per una serie di circostanze, fino ad oggi (maggio 2009) l’Accordo di Base – nonostante sia entrato in vigore nel 2007 – è rimasto al livello dei principi. Da qualche mese si lavora intensamente per la fase applicativa. L’avvio della fase applicativa fu al centro degli incontri che il Segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, l’Arcivescovo Dominique Mamberti, ebbe a Sarajevo durante la sua visita Ufficiale di un anno fa (26 - 29 aprile 2008). In particolare, egli propose che si formasse al più presto la Commissione Mista prevista dall’Accordo di Base e dal Protocollo Addizionale. La proposta fu ben accolta dalle Autorità di Sarajevo, e il 29 luglio 2008 fu annunciata la formazione della Commissione Mista.
Essa è composta da dieci membri, con cinque rappresentanti per ciascuna delle due parti. Il Ministro per i Diritti umani e i Rifugiati, Sig. Safet Halilović è Co-Presidente per la parte statale (gli altri quattro membri della Bosnia ed Erzegovina sono: il Ministro degli Affari Esteri, Sig. Sven Alkalaj; il Ministro degli Affari Civili, Sig. Sredoje Nović; il Ministro della Giustizia, Sig. Bariša Čolak; il Vice-Ministro delle Finanze, Sig. Fuad Kasumović). Per la Santa Sede il Co-Presidente è il Nunzio Apostolico, Arcivescovo Alessandro D’Errico (gli altri membri sono: il Vescovo Ausiliare di Sarajevo, Mons. Pero Sudar; il Segretario della Nunziatura Apostolica, Mons. Waldemar Stanisław Sommertag; il Ministro Provinciale dei Francescani di Erzegovina, Fra’ Ivan Sesar; il Prof. Don Tomo Vukšić).
La prima riunione della Commissione ebbe luogo il 17 dicembre 2008. Sin ad oggi si sono avute tre riunioni; ne sono previste dieci per quest’anno. La Commissione ha un mandato di due anni (fino al mese di settembre del 2010). E’ stato concordato di lavorare in tre aree: la prima riguarda le leggi applicative dell’Accordo; la seconda si riferisce alla preparazione degli Accordi complementari previsti dall’Accordo di Base; la terza concerne la legge sulla restituzione dei beni a suo tempo nazionalizzati, per ciò che è di competenza della Commissione (secondo quanto è stabilito dal Protocollo Addizionale).
III
Contributo dell’Accordo di Base
al dialogo ecumenico e interreligioso

Vorrei ora accennare all’importanza dell’Accordo in rapporto alla Comunità ortodossa e a quella musulmana, nel contesto multietnico e multiconfessionale del Paese.

Secondo le stime dell’Agenzia per la Statistica di Bosnia ed Erzegovina, oggi il Paese conta circa 3.843.000 abitanti, di cui il 13% sono cattolici. Certamente è un Paese piccolo dal punto di vista statistico. Tuttavia, tenendo conto della sua posizione geografica e della secolare composizione multietnica e multiconfessionale della popolazione, non c’è dubbio che si tratta di un Paese di notevole importanza, al quale – come disse il Card. Bertone nel discorso summenzionato – “la Santa Sede guarda con privilegiata attenzione”. In esso tradizionalmente convivono tre popoli costitutivi: i croati, i serbi e i bosniaci. I croati per lo più sono cattolici, i serbi sono ortodossi e i bosniaci sono musulmani. Così la linea che definisce l’appartenenza ad una Comunità etnica, quasi regolarmente coincide anche con quella che riguarda la fede religiosa. In questo Paese dunque s’incontrano, s’incrociano e convivono tre popoli diversi e tre religioni differenti. I loro appartenenti sono sparsi e spesso mescolati nei villaggi e nelle città, anche se non dappertutto in misura eguale.
Vorrei pure sottolineare che storicamente in Bosnia ed Erzegovina da secoli coesistono anche tre culture e civilizzazioni diverse: quella mediterranea e mittleuropea dei cattolici, quella ottomana dei musulmani e  quella orientale-bizantina degli ortodossi. E come accade un po’ dappertutto dove si vive una vicinanza duratura di elementi culturali diversi, anche in Bosnia ed Erzegovina è nato un novum culturale: una società in cui – come scrisse uno scrittore di prestigio (Miroslav Krleža) – “si sono mescolati vino latino e olio bizantino”.
Questa convivenza di elementi diversi non sempre è stata felice, e talvolta ha portato ad aspri confronti e tensioni, come in epoca recente, quando la guerra fratricida causò tanta distruzione e tanta sofferenza. Ora, a quasi 14 anni dall’Accordo di Pace di Dayton, resta ancora parecchio da fare, in termini di ricostruzione materiale e morale. Dal nostro punto di vista sembra necessario pensare ancor più e ancor meglio a come costruire una pace “giusta” e una piena armonia sociale: una pace che garantisca ai singoli e ai popoli costitutivi di esprimersi, rapportarsi, e avere un ruolo nel Paese al meglio delle loro possibilità. Per giungere a ciò, pare necessario un rinnovato dinamismo di riconciliazione tra tutte le parti sociali (politiche, etniche e religiose). C’è da lavorare con fiducia e rinnovata speranza, per un dialogo positivo e costruttivo, specialmente oggi, quando sono in discussione questioni urgenti per il presente e il futuro del Paese.
In questa prospettiva, mi sembra importante il fatto che anche la Chiesa ortodossa autocefala serba qualche mese fa abbia stipulato con la Bosnia ed Erzegovina un Accordo per la Comunità ortodossa presente nel Paese, molto simile all’Accordo con la Santa Sede. Anzi, non è un mistero che l’Accordo con la Chiesa ortodossa si ispira in moltissimi punti ad esso e si è generalmente d’accordo nel dire che il nostro Accordo è servito da modello per la Chiesa Ortodossa, nella sua ricerca di un quadro giuridico adeguato in Bosnia ed Erzegovina.
Ma non c’è solo questo! Quando si era giunti (nel 2007) alla decisione presidenziale per la firma di questo Accordo con la Chiesa ortodossa, le cose si complicarono per l’articolo che riguarda l’insegnamento della religione nelle scuole. Il Sig. Komšić, Membro della Presidenza Collegiale, all’inizio votò contro quest’Accordo, già controfirmato dal Patriarca di Belgrado, proprio a motivo della formulazione riguardante l’insegnamento della religione ortodossa nelle scuole. Ebbene, su richiesta delle Autorità ortodosse, fu proprio il Nunzio Apostolico ad  adoperarsi presso il Sig. Komšić per la soluzione della difficoltà. Questi si disse disposto a cambiare il suo voto se l’articolo controverso avesse riportato esattamente (e senza le aggiunte che si erano sovrapposte) la formulazione dell’Accordo con la Santa Sede. Così la questione fu risolta e si giunse alla firma dell’Accordo con la Chiesa ortodossa. Ovviamente ne siamo felici, perché lo spirito di dialogo ha portato buon frutto; e siamo fiduciosi che anche questo gioverà alla crescita della fiducia reciproca e alla collaborazione tra le due Comunità.
Per quanto concerne la Comunità islamica di Bosnia ed Erzegovina, alla fine del processo di elaborazione dell’Accordo di Base essa non era contraria alla sua stipulazione. Tuttavia non pensava a un simile Accordo con lo Stato, perché riteneva sufficiente la legge sulla libertà religiosa e sullo stato giuridico delle Comunità religiose, che ho sopra menzionato. Da qualche tempo però, anche la Comunità islamica si è dichiarata interessata a un simile Accordo con lo Stato, per meglio definire il quadro giuridico delle sue attività. E se l’Accordo con la Santa Sede potrà servire da modello, di certo la Comunità cattolica ne sarà ben contenta.
Devo anche far menzione di un’altra questione, che spesso viene sollevata; e cioè, quella che riguarda il livello di simili Accordi tra lo Stato e le altre Comunità religiose. Certamente non si può trascurare la differenza che viene dal fatto che solo nel nostro Accordo ci sono due soggetti di diritto internazionale (la Bosnia ed Erzegovina e la Santa Sede). Noi abbiamo detto e ripetiamo il nostro vivo desiderio che anche le altre Comunità religiose possano vedere ben definito il quadro giuridico della loro presenza nel Paese. Il resto non dipende da noi. Intanto però vorrei far notare che, per il principio di eguaglianza dei tre popoli costitutivi, proprio dalla dimensione internazionale dell’Accordo di Base con la Santa Sede vengono comunque ulteriori garanzie per tutte le Comunità religiose nel Paese, ed anche per gli Accordi che saranno stipulati con esse, perché comunque anche questi saranno connessi con il nostro Accordo.  
Consentitemi di aggiungere ancora un elemento significativo per la prospettiva ecumenica e interreligiosa. Dopo qualche perplessità iniziale (che ho menzionato nella seconda parte di questa Relazione), la stipulazione dell’Accordo di Base tra la Bosnia ed Erzegovina e la Santa Sede è stata appoggiata da tutte le Comunità religiose e da tutti i partiti politici. Così esso è stato sempre votato all’unanimità in tutte le istanze del suo iter procedurale - al Consiglio dei Ministri, alla Camera dei Rappresentanti (Camera bassa), alla Camera dei Popoli (Camera alta) e alla Presidenza collegiale. Qualcuno ha detto e scritto che l’Accordo di Base costituisce un felice esempio della possibilità di dialogo e di collaborazione in Bosnia ed Erzegovina. Il nostro augurio è che questo esempio rafforzi la convinzione che è possibile anche oggi – come in passato – una collaborazione costruttiva in Bosnia ed Erzegovina, pur nella differenziazione multietnica e multireligiosa che caratterizza il Paese, e pur tra le ferite che ancora sussistono per la guerra recente.
Per ciò che la Chiesa cattolica e la Santa Sede hanno contribuito per il consolidamento dell’armonia sociale attraverso l’Accordo di Base, siamo grati alla Provvidenza di Dio. Ma non ne facciamo un vanto, perché anche nelle nostre attività a livello internazionale abbiamo sempre presente l’insegnamento del Divin Maestro, che ci ha chiesto di ripetere incessantemente: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc. 17,10).