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martedì 19 novembre 2013

La prefazione di papa Francesco al libro del cardinale Bertone sulla Diplomazia Pontificia

Un libro sorto nel cuore del Magistero della Chiesa che contribuisce a delineare i tratti contemporanei della Diplomazia Pontificia ed offre una contestualizzazione storico-dottrinaria nella quale si possono ritrovare anche molti sensi e riferimenti dell'opera pastorale e diplomatica di S. E. Alessandro D'Errico, Nunzio Apostolico in Croazia. Appaiono in essi temi, infatti, come la Tradizione Diplomatica della Chiesa, il Dialogo Interreligioso, l'Integrazione Europea e l'entrata della Croazia nella UE, che siamo abituati a considerare seguendo e descrivendo le attività di Mons. D'Errico fin dai tempi del suo ministero in Pakistan e in Bosnia-Erzegovina.
Si tratta del libro del cardinale Tarcisio Bertone intitolato “La diplomazia pontificia in un mondo globalizzato”, edito dalla Libreria Editrice Vaticana, presentato Martedì 12 novembre 2013 nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano. Il volume è dotato della prefazione di Papa Francesco nella quale, accanto alla testimonianza per l'opera svolta dal Cardinale Segretario di Stato, egli esprime lo spirito ecclesiale e la forza crescente del suo magistero circa la Diplomazia della Santa Sede.
Alla presentazione, insieme con il Cardinale Bertone, hanno partecipato con qualificati interventi mons. Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, Hans-Gert Poettering, già presidente del parlamento europeo e presidente della Fondazione Adenauer, e il prof. Vincenzo Buonomo, docente di diritto internazionale e curatore del testo. L’incontro è stato moderato da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana.
In particolare il Cardinale ha voluto sottolineare “la pastoralità dell'azione diplomatica” e descrivere “il ricco e travagliato settennato” vissuto insieme con Benedetto XVI come Segretario di Stato del Vaticano, la cui funzione egli ha così descritto: “Direi che la funzione di segretario di Stato, erede di una antica e peculiare tradizione, diventata dopo il Concilio Vaticano II tanto diversa e lontana dalla cosiddetta 'monarchia papale', è quella di essere collaboratore, consigliere e strumento fedele di una missione che viene dall’alto e che si incarna nella variegata e originale personalità dei distinti Successori di Pietro".
Egli ha poi espresso gratitudine per le parole che il Santo Padre Francesco ha scritto per lui nella prefazione: “la storia, la cui misura è la verità della croce, renderà evidente l’intensa azione del cardinale Bertone”.
Il cardinale ha poi concluso con un sincero augurio al suo successore, mons. Pietro Parolin.
Mons. Dominique Mamberti ha rimarcato il ruolo della Diplomazia della Santa Sede e le peculiarità delle funzioni dei Pontefici, dei Segretari di Stato, e dei Rappresentanti Pontifici.
Hans-Gert Poettering ha parlato dell'integrazione europea sottolineando il contributo della Curia Romana per la realizzazione di una prospettiva di democrazia e di condivisione di una etica forte significativamente riferita ai valori religiosi e cristiani.
Vincenzo Buonomo ha sottolineato il forte e costante impegno della Chiesa e della Diplomazia Pontificia per il bene comune, giustizia libertà e dignità della persona, dei popoli e delle comunità.
Padre Lombardi ha chiuso l'incontro descrivendo i contenuti del libro, che riporta decine di interventi del Cardinale Bertone, evidenziando di questi “la tempra piemontese” condivisa con papa Bergoglio, e rinnovandogli “stima e gratitudine per il servizio grandissimo e generoso che ha svolto per la Chiesa”.

Di seguito riporto il testo della Prefazione scritta da Papa Francesco, che è peraltro interamente leggibile sul portale della Radio Vaticana raggiungibile con il link segnalato.

Sfida per il futuro

Con questo volume, il cardinale Tarcisio Bertone consegna a coloro che sono impegnati nel servizio diplomatico della Santa Sede, e non solo, un'abbondante serie di riflessioni sulle principali questioni che riguardano la vita della comunità delle Nazioni e toccano da vicino le aspirazioni più profonde della famiglia umana: la pace, lo sviluppo, i diritti umani, la libertà religiosa, l'integrazione sovranazionale.

Per la diplomazia pontificia, poi, si tratta di preziose indicazioni che consentono di coglierne l'unicità, ad iniziare dalla figura del diplomatico, sacerdote e pastore, chiamato ad un'azione che, pur mantenendo il rigoroso profilo istituzionale, è impregnata di afflato pastorale; azione che del cardinale Bertone ha caratterizzato il settennato di servizio come segretario di Stato, a sostegno generoso e fedele del pontificato di Benedetto XVI. Il suo servizio al vertice, sia nella sfera più amministrativa della Curia romana, sia in quella dei rapporti internazionali della Santa Sede, si è opportunamente prolungato durante i primi mesi del mio pontificato. La sua pacata e matura esperienza di servitore della Chiesa ha aiutato anche me, chiamato alla sede di Pietro da un Paese lontano, nell'avvio di un insieme di relazioni istituzionali doverose per un Pontefice.

L'incontro con la figura del cardinale Tarcisio Bertone, nota per il suo ruolo e la sua personalità gioviale, ha avuto per me, nel passato, tre particolari momenti. Ricordo anzitutto il primo approccio alla Torre San Giovanni in Vaticano l'11 gennaio 2007 dove sono stato in visita con la Presidenza della Conferenza Episcopale argentina: uno scambio molto sereno e nello stesso tempo assai costruttivo sui problemi che allora ci assillavano. Quando nel 2007, egli si è recato in Argentina come Legato pontificio per la celebrazione della beatificazione di Zeffirino Namuncurá, il suo tratto fraterno nell'incontrare i vescovi della Conferenza episcopale, l'affabilità tutta salesiana nel trattare con la gente dopo ogni celebrazione pubblica, avevano riscosso il mio interesse e la mia ammirazione. Il cardinale Bertone, nei suoi colloqui con le maggiori istanze politiche della nazione aveva sottolineato l'apporto della Chiesa nella pacificazione e riconciliazione, necessari per rigenerare il tessuto sociale lacerato da tante situazioni che avevano messo in pericolo la concordia nazionale, e con ciò aveva dato un prezioso sostegno all'opera intrapresa dall'episcopato argentino per ricostruire il tessuto etico, sociale e istituzionale del Paese.

Qualche mese prima dello stesso anno aveva avuto luogo in Brasile la V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano e dei Caraibi (9-14 maggio 2007) alla quale ho partecipato in qualità di primate della Chiesa di Argentina. Lì trovai il cardinale Bertone, che accompagnava Papa Benedetto XVI, interessato non solo agli aspetti ecclesiali salienti, ma alla dimensione sociale e culturale presentati nel documento finale e affidati in primo luogo alle comunità ecclesiali latino-americane.

Un interesse che riappare scorrendo l'insieme dei suoi interventi pronunciati in diverse aree geografiche, rivolti sia all'interno della Chiesa e delle sue strutture, sia di fronte alle istanze politiche dei diversi Stati e a pubblici eterogenei. 

Ci si accorge subito di un'attenzione rivolta alla crisi che stiamo vivendo, globale e complessa, che rende concreta l'idea di un mondo senza confini. La crisi, però, se è una certezza per tutti, ci interroga sulle scelte sin qui fatte e sulla direzione che in futuro intendiamo seguire, richiamando la responsabilità delle persone e delle istituzioni per eliminare le tante barriere che hanno sostituito i confini: disuguaglianze, corsa agli armamenti, sottosviluppo, violazione dei diritti fondamentali, discriminazioni, impedimenti alla vita sociale, culturale, religiosa. 

Questo domanda una riflessione realistica non solo sul nostro piccolo mondo quotidiano, ma anche sulla natura dei legami che uniscono la comunità internazionale e delle tensioni presenti al suo interno. Lo sa bene l'azione della diplomazia che attraverso i suoi protagonisti, le sue regole e i suoi metodi è strumento concorrente alla costruzione del bene comune, chiamato anzitutto a leggere i fatti internazionali, che è poi un modo di interpretare la realtà. Questa realtà siamo noi, la famiglia umana in movimento, quasi un'opera in continua costruzione che include il luogo e il tempo in cui si incarna la nostra storia di donne e di uomini, di comunità, di popoli. La diplomazia è, dunque, un servizio, non un'attività ostaggio di interessi particolari dei quali guerre, conflitti interni e forme diverse di violenza sono la logica, ma amara, conseguenza; né strumento delle esigenze di pochi che escludono le maggioranze, generano povertà ed emarginazione, tollerano ogni genere di corruzione, producono privilegi e ingiustizie.

La crisi profonda di convinzioni, di valori, di idee offre all'attività diplomatica una nuova opportunità, che è allo stesso tempo una sfida. La sfida di concorrere a realizzare tra i diversi popoli delle nuove relazioni veramente giuste e solidali per cui ogni Nazione e tutte le persone siano rispettate nella loro identità e dignità, e promosse nella loro libertà. In tal modo i diversi Paesi avranno modo di progettare il loro avvenire, così come le persone potranno scegliere i modi per realizzare le loro aspirazioni di creature fatte a immagine del creatore. 

In questa fase storica la comunità internazionale, le sue regole e le sue istituzioni si trovano, infatti, obbligate a scegliere una direzione che riprenda le loro rispettive radici costitutive e porti la famiglia umana verso un futuro che non solo parli il linguaggio della pace e dello sviluppo, ma sia capace nei fatti di includere tutti, evitando che qualcuno resti ai margini. Questo significa superare l'attuale situazione nella vita degli Stati e in quella internazionale che vede l'assenza di convinzioni forti e di programmi sul lungo periodo intrecciarsi con la profonda crisi di quei valori che da sempre fondano i legami sociali.

Di fronte a questa globalizzazione negativa che è paralizzante, la diplomazia è chiamata a intraprendere un compito di ricostruzione riscoprendo la sua dimensione profetica, determinando quella che potremo chiamare utopia del bene, e se necessario rivendicandola. Non si tratta di abbandonare quel sano realismo che di ogni diplomatico è una virtù non una tecnica, ma di superare il dominio del contingente, il limite di un'azione pragmatica che spesso ha il sapore dell'involuzione. Un modo di pensare e di agire che, se prevale, limita qualsiasi azione sociale e politica e impedisce la costruzione del bene comune. 

La vera utopia del bene, che non è un'ideologia né sola filantropia, attraverso l'azione diplomatica può esprimere e consolidare quella fraternità presente nelle radici della famiglia umana e da lì chiamata a crescere, a espandersi per dare i suoi frutti.
Una diplomazia rinnovata significa diplomatici nuovi, e cioè capaci di ridare alla vita internazionale il senso della comunità rompendo la logica dell'individualismo, della competizione sleale, del desiderio di primeggiare, promuovendo piuttosto un'etica della solidarietà capace di sostituire quella della potenza, ormai ridotta ad un modello di pensiero per giustificare la forza. Proprio quella forza che contribuisce a spezzare i legami sociali e strutturali tra i diversi popoli, e allo stesso tempo a distruggere i vincoli che legano ognuno di noi ad altre persone fino al punto di condividere lo stesso destino. La direzione che prenderanno i rapporti internazionali sarà allora legata all'immagine che abbiamo dell'altro: persona, popolo, Stato.

Ecco la chiave della rinascita di quella unità tra i popoli che fa sue le differenze senza ignorare gli elementi storici, politici, religiosi, biologici, psicologici e sociali che sono espressione di diversità. Anche di fronte a limiti, condizionamenti, ostacoli è possibile fondere e integrare i comportamenti, i valori e le regole che si sono andati costituendo nel tempo. 

La prospettiva cristiana sa valutare sia ciò che è autenticamente umano sia quanto scaturisce dalla libertà della persona, dalla sua apertura al nuovo, in definitiva dal suo spirito che unisce la dimensione umana alla dimensione trascendente. Questo è uno dei contributi che la diplomazia pontificia offre all'umanità intera, operando per far rinascere la dimensione morale nei rapporti internazionali, quella che permette alla famiglia umana di vivere e svilupparsi assieme, senza diventare nemici gli uni degli altri. Se l'uomo manifesta la sua umanità nella comunicazione, nella relazione, nell'amore verso i propri simili, le diverse Nazioni possono legarsi intorno a obiettivi e pratiche condivise, e generare così un sentire comune ben radicato. Ancora di più possono dar vita a istituzioni unitarie in seno alla comunità internazionale, capaci di compiere un servizio senza che ciò neghi l'identità, la dignità e la libertà responsabile di ogni Paese. Il servizio di queste istituzioni sarà di chinarsi davanti al bisogno dei diversi popoli, scoprendo cioè le capacità e le necessità dell'altro. È il rifiuto dell'indifferenza o di una cooperazione internazionale frutto dell'egoismo utilitaristico, per fare invece attraverso organi comuni qualcosa per gli altri. 

Il servizio così, non è semplicemente un impegno etico o una forma di volontariato, né un obiettivo ideale, ma una scelta frutto di un vincolo sociale basato su quell'amore capace di costruire una nuova umanità, un nuovo modo di vivere. Non sarà facendo prevalere la ragion di Stato o l'individualismo che elimineremo i conflitti o daremo ai diritti della persona la giusta collocazione. Il diritto più importante di un popolo e di una persona non sta nel non essere impedito di realizzare le proprie aspirazioni, bensì nel realizzarle effettivamente e integralmente. Non basta evitare l'ingiustizia, se non si promuove la giustizia. Non è sufficiente proteggere i bambini dall'abbandono, dagli abusi e dai maltrattamenti, se non si educano i giovani ad un amore pieno e gratuito per l'esistenza umana nelle sue diverse fasi, se non si danno alle famiglie tutte le risorse di cui hanno bisogno per compiere la loro imprescindibile missione, se non si favorisce in tutta la società un atteggiamento di accoglienza e di amore per la vita di tutti e di ciascuno dei suoi membri. 

Una comunità degli Stati matura sarà quella in cui la libertà dei suoi membri è pienamente responsabile della libertà degli altri, sulla base dell'amore che è solidarietà operante. Questa, però, non è qualcosa che cresce spontaneamente, ma implica la necessità di investire lavoro, pazienza, impegno quotidiano, sincerità, umiltà, professionalità. Non è questa la via maestra che la diplomazia è chiamata a percorrere in questo XXI secolo?

Sono tanti e pregnanti gli spunti di questo lavoro che dimostra quanto il cardinale Bertone abbia saputo presentare l'annuncio evangelico, i valori e le grandi istanze della dottrina della Chiesa, in conformità con le linee portanti del magistero di Benedetto XVI, con quell'equilibrio e quella sobrietà necessari a favorire una cultura del dialogo, propria della Santa Sede. 

Il metro della vita dei servitori della Chiesa non è dettato da quel "stampare una notizia a grandi lettere, perché la gente pensi che sia indiscutibilmente vera" (Jorge Luis Borges), anzi è intessuto, pur nei limiti inerenti alla condizione e possibilità di ciascuno, dalla silenziosa e generosa dedizione al bene autentico del corpo di Cristo e al servizio duraturo della causa dell'uomo. Perciò la storia, la cui misura è la verità della croce, renderà evidente l'intensa azione del cardinale Bertone, che ha dimostrato anche di avere la tempra piemontese del gran lavoratore che non lesina nelle fatiche nel promuovere il bene della Chiesa, preparato culturalmente e intellettualmente e animato da una serena forza interiore che ricorda la parola dell'apostolo delle genti: "Di null'altro mai ci glorieremo se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di Lui siamo stati salvati e liberati" (Galati, 6, 14).



mercoledì 31 ottobre 2012

Saggezza ed esperienza nell'opera ecclesiale del Nunzio


Il Bollettino della sala Stampa della Santa Sede riporta oggi l'intero intervento di S. E. Dominique Mamberti alla Conferenza in occasione del 20° anniversario dei rapporti diplomatici tra Croazia e Santa Sede. Esso è stato ripreso da blog e portali diversi che seguono le vicende vaticane ed in molte lingue è stato divulgato anche a cura di Zenit 'il mondo visto da Roma', l'agenzia informativa cattolica internazionale promossa dalla vivace congregazione dei Legionari di Cristo e avvalentesi di volontari qualificati. La lettura intera dell'intervento di Mons. Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati che corrisponde a 'Ministro degli Esteri' del Vaticano, offre una visione di grande rilevanza storica e religiosa circa i rapporti tra la Croazia e la Chiesa Cattolica, ed in particolare evidenzia l'attuale importanza del ruolo della Nunziatura Apostolica a Zagabria. Per questo blog che segue il ministero pastorale di S.E. Alessandro D'Errico, Nunzio in Croazia, risulta fondamentale ed illuminante recuperare e riecheggiare i concetti e le parole dedicate del Segretario per i Rapporti con gli Stati:

“Tramite le Rappresentanze Pontificie, la Santa Sede è in grado di facilitare il dialogo con le Autorità civili, di promuovere i contatti con le Chiese locali e di mantenere la sua presenza nella vita internazionale. Come sancisce il Codice di Diritto Canonico, oltre al suo ruolo di Rappresentante del Santo Padre presso la Chiesa locale, spetta al Nunzio Apostolico promuovere e sostenere le relazioni fra la Sede Apostolica e la comunità politica e istituzionale e affrontare le questioni che riguardano i rapporti fra la Chiesa e lo Stato (cfr. can. 365, § 1). Come è noto, il 21 maggio scorso, il Santo Padre ha conferito tale incarico all’Ecc.mo Mons. Alessandro D’Errico, che con saggezza ed esperienza prosegue l’opera dei suoi predecessori, rendendo ancora più intensi tali rapporti.”

La Conferenza, tenutasi alla Casina Pio IV sede della Pontificia Accademia delle Scienze in Vaticano, è seguita all'Incontro del Primo Ministro Milanovic con Benedetto XVI, ed anche la parole che il Papa ha dedicato alle problematiche dei cattolici della Bosnia-Erzegovina, nello stesso momento in cui ha rinnovato l’appoggio della Santa Sede alle legittime aspirazioni della Croazia alla piena integrazione europea, sono state recepite dai media di BH e rilanciate come un esplicito riconoscimento della brillante e saggia opera diplomatica del Nunzio D'Errico. Di seguito leggiamo direttamente il testo pubblicato dal Bollettino della Sala Stampa Vaticana.


INTERVENTO DEL SEGRETARIO PER I RAPPORTI CON GLI STATI ALLA CONFERENZA IN OCCASIONE DEL 20° ANNIVERSARIO DEI RAPPORTI DIPLOMATICI TRA LA SANTA SEDE E LA REPUBBLICA DI CROAZIA (29 OTTOBRE 2012)
Eminenze, Signor Presidente del Governo, Eccellenze, Signore e Signori,
In questa occasione della celebrazione del 20° anniversario dei Rapporti diplomatici tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia, sono lieto di porgere i miei saluti e felicitazioni in modo particolare a Lei, Signor Presidente del Governo della Repubblica di Croazia, che ci onora con la Sua partecipazione, nonché al Signor Ambasciatore, che, con competenza e passione, rappresenta un Paese così vicino alla Santa Sede geograficamente e ancora di più storicamente e religiosamente.
Il tema di cui tratteremo oggi è molto specifico, perché riguarda i 20 anni dei rapporti diplomatici tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia, che giustamente sono qualificati come intensi nello stesso titolo della Conferenza. Tuttavia non possiamo avere una visione completa senza almeno accennare alla ricca storia anteriore all’ultimo ventennio.
Come premessa, infatti, vorrei ricordare che, da oltre tredici secoli, ci sono stati rapporti stretti e cordiali tra la Santa Sede e la Croazia. In questo spirito mi piace fare un passo indietro nella storia. Nel lontano 879, nello stesso mese di giugno in cui la Croazia moderna celebra ogni anno la propria indipendenza, Papa Giovanni VIII, in una lettera indirizzata al Principe Branimir, l’informava di aver elevato preghiere al Signore affinché "principatum terrenum, quem habes, prospere et securiter reggere possis". Questo riconoscimento del "principato terreno" di Branimir ebbe naturalmente un rilievo particolare, essendo stato compiuto dalla più alta Autorità ecclesiale e politica del mondo cristiano di quell’epoca. Questi forti legami fra la Croazia e la Santa Sede non sono venuti meno attraverso i secoli. In diverse occasioni, nel corso della storia e in circostanze non facili, i Croati hanno dimostrato fedeltà al Vangelo e al Successore di Pietro.
Il Santo Padre Benedetto XVI, durante la sua recente Visita Pastorale in Croazia, ha sottolineato tale aspetto dicendo: "Possiamo contare oltre tredici secoli di forti e speciali legami, sperimentati e consolidati in circostanze talvolta difficili e dolorose. Questa storia è testimonianza eloquente dell’amore del vostro popolo per il Vangelo e per la Chiesa. Fin dalle origini, la vostra Nazione appartiene all’Europa e ad essa offre, in modo peculiare, il contributo di valori spirituali e morali che hanno plasmato per secoli la vita quotidiana e l’identità personale e nazionale dei suoi figli" (Cerimonia di benvenuto all’Aeroporto di Zagreb, 2 giugno 2011).
Ovviamente, ci riferiamo al passato per comprendere il presente e costruire un futuro migliore. Pertanto i valori spirituali e morali, di cui ha parlato il Santo Padre, devono ispirarci quando si adottano decisioni per oggi e per domani.
Nella più che millenaria storia della Croazia, gli ultimi venti anni sono stati tra quelli più difficili ed allo stesso tempo cruciali per il suo futuro. Specialmente quelli immediatamente successivi all’indipendenza. Tuttavia, le sfide continuano. Adesso i Croati non possono che interrogarsi circa i valori sui quali intendono costruire la vita dei singoli e quella dell’intera nazione.
Il 13 gennaio 1992 la Santa Sede ha riconosciuto l’indipendenza del Paese e il 29 febbraio dello stesso anno è stato nominato il primo Nunzio Apostolico. Un frutto visibile di questi rapporti diplomatici stabiliti nel 1992 sono stati i quattro Accordi, stipulati nel periodo dal 1996 al 1998, riguardanti i seguenti ambiti: questioni giuridiche, collaborazione in campo educativo e culturale, assistenza religiosa ai membri cattolici delle Forze Armate e della Polizia, questioni economiche.
Una testimonianza indiscutibile dell’affetto che la Santa Sede nutre per la Croazia sono state le quattro Visite dei Sommi Pontefici avvenute negli ultimi venti anni: tre del Beato Giovanni Paolo II, e quella appunto di Benedetto XVI. La prima Visita ha avuto luogo solo due anni dopo l’allacciamento dei rapporti diplomatici. Nella cerimonia di benvenuto, il 10 settembre 1994, il Papa nel suo discorso notò:
"Un evento di rilevante significato si è avuto nel 1992, quando il crollo del regime comunista, la proclamazione della sovranità croata ed il successivo riconoscimento internazionale portarono - per la prima volta nella storia più che millenaria della Nazione croata - allo scambio di Rappresentanze diplomatiche tra la Croazia e la Santa Sede".
A tale proposito, è di particolare interesse la relazione del primo Rappresentante Pontificio, S.E. Mons. Giulio Einaudi, che purtroppo non è potuto essere presente tra noi. Il suo intervento ripercorrerà le tappe salienti dell’Attività della Nunziatura a Zagreb nei primi anni dell’indipendenza. Illustrando gli intensi rapporti diplomatici fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia, non possiamo infatti non sottolineare il ruolo importante della Nunziatura Apostolica in tale processo.
Tramite le Rappresentanze Pontificie, la Santa Sede è in grado di facilitare il dialogo con le Autorità civili, di promuovere i contatti con le Chiese locali e di mantenere la sua presenza nella vita internazionale. Come sancisce il Codice di Diritto Canonico, oltre al suo ruolo di Rappresentante del Santo Padre presso la Chiesa locale, spetta al Nunzio Apostolico promuovere e sostenere le relazioni fra la Sede Apostolica e la comunità politica e istituzionale e affrontare le questioni che riguardano i rapporti fra la Chiesa e lo Stato (cfr. can. 365, § 1). Come è noto, il 21 maggio scorso, il Santo Padre ha conferito tale incarico all’Ecc.mo Mons. Alessandro D’Errico, che con saggezza ed esperienza prosegue l’opera dei suoi predecessori, rendendo ancora più intensi tali rapporti.
Un segno visibile della cordialità delle relazioni è l’odierna presenza del Presidente del Governo della Repubblica di Croazia, il Sig. Zoran Milanović. Auspico vivamente che ciò sia un ulteriore stimolo perché i rapporti diventino ancora più stretti, alcuni nodi che sono pendenti si sciolgano e la collaborazione sia sempre più amichevole ed efficace.
Benché la Chiesa e la Comunità politica operino a livelli diversi e siano indipendenti l'una dall'altra, entrambe servono gli stessi soggetti che, allo stesso tempo, sono fedeli della Chiesa e cittadini dello Stato. In questo servizio c'è ampio spazio per il dialogo e la cooperazione, a servizio della dignità di ogni uomo. Al centro della mutua cooperazione, infatti, sta il nostro impegno condiviso per il bene comune e per la promozione dei valori spirituali e morali, che conferiscono alla società croata il suo saldo fondamento.
Concludendo, desidero quindi formulare un vivo e sentito augurio di continuo progresso alla Repubblica di Croazia, sia sotto il profilo materiale che, soprattutto, quello spirituale. In particolare, auguro che, nel momento in cui viene prospettata e realizzata l’aspirazione di piena integrazione nell’Unione Europea, la Croazia rafforzi la sua identità e così sia fermento di bene per gli altri Paesi – Grazie.



martedì 30 ottobre 2012

Un giorno pieno per le relazioni tra la Croazia e la Santa Sede


La visita al mattino del primo ministro Milanovic ed il simposio sulle relazioni diplomatiche al pomeriggio in Vaticano sono stati gli avvenimenti che hanno caratterizzato la giornata del 29 ottobre 2012 vissuta nel segno del dialogo tra la Croazia e la Santa Sede. Venti anni intercorrono tra la nomina del primo Nunzio a Zagabria (1992), che fu espressione del riconoscimento dell'indipendenza della Croazia da parte del Vaticano quando ancora era in corso la guerra seguita alla dissoluzione della federazione jugoslava, ed il simposio organizzato il 29 ottobre 2012 dall'Ambasciata di Croazia presso la Santa Sede, che è espressione di un dialogo politico-culturale consapevole sia di finalità etiche e sociali condivise nell'oggi e sia di un legame religioso antico con la Chiesa Cattolica. Un ventennio ricco di significati, di speranze, di iniziative e di progetti, che al suo compimento ha visto anche il dialogo pastorale, imbastito con la comunità ecclesiale e la società civile, e i primi impegni ufficiali in Croazia di S. E. Alessandro D'Errico, nominato da Benedetto XVI Nunzio Apostolico a Zagabria nel maggio scorso e proveniente dalle precedenti esperienze di nunziatura in Pakistan e in Bosnia-Erzegovina.
Le tematiche della Visita del Premier Croato, che ha incontrato il Santo Padre e poi il Cardinale Bertone e Mons. Mamberti, come si evince dai comunicati ufficiali e dai commenti dei media, hanno riguardato il consolidamento degli 'eccellenti' rapporti bilaterali, l'appoggio al percorso 'europeo' della Croazia, la valorizzazione di accordi nel campo giuridico ed istituzionale, educativo assistenziale e religioso. Hanno riguardato anche l'avviamento a soluzioni concordate di questioni dal valore simbolico per il diritto comune che hanno registrato difficoltà di interpretazione e di gestione, come quella dell'abbazia benedettina istriana di Dajla la cui proprietà un tempo appartenente all'abbazia di Praglia, dopo l'esproprio al tempo di Tito, è stata variamente attribuita e controversa tra lo Stato, la Diocesi di Parenzo-Pola e l'Ordine monastico. Significativo anche lo scambio dei doni: una penna al primo Ministro ed una monografia sull'architettura religiosa al Papa.
Le tematiche del Simposio celebrativo dei 20 anni di relazioni diplomatiche tra Croazia e Santa Sede sono state descritte nella prospettiva vaticana dall'intervento di S. E. l'arcivescovo Dominique Mamberti segretario per i Rapporti con gli Stati: “Nella più che millenaria storia della Croazia, gli ultimi venti anni sono stati quelli più difficili e allo stesso tempo cruciali per il suo futuro […] una testimonianza indiscutibile dell’affetto che la Santa Sede nutre per la Croazia sono state le quattro visite dei Sommi Pontefici avvenute negli ultimi venti anni: tre del Beato Giovanni Paolo II e quella di Benedetto XVI”. L'intervento di Mons. Mamberti è leggibile quasi interamente nei portali vaticanisti. I media riportano anche brani di interventi delle personalità croate che, a partire dal Primo Ministro, esprimono considerazioni molto positive sulle relazioni bilaterali e riconoscono al ruolo del Papa e della Chiesa una fondamentale importanza per lo sviluppo delle relazioni interne ed internazionali della Croazia in questi ultimi 20 anni.
A seguire si possono leggere i comunicati di Radio Vaticana sulla Visita e sul Simposio, e compulsare i link per i portali di alcuni media che li hanno commentato.

Crisi e integrazione europea al centro dell'incontro del Papa col premier croato Milanović 
Stamani Benedetto XVI ha ricevuto il presidente del governo della Repubblica croata, Zoran Milanović, che poi ha incontrato il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone e l’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati.“I cordiali colloqui – riferisce un comunicato della Sala Stampa vaticana - hanno permesso un fruttuoso scambio di opinioni sulle sfide che il Paese deve affrontare nell’attuale crisi economica, come pure sui temi di comune interesse nel quadro dei rapporti bilaterali. Al riguardo si è fatto cenno alla Conferenza promossa in occasione del 20.mo anniversario dei rapporti diplomatici, che si terrà oggi pomeriggio. Per quanto poi concerne il noto caso di Dajla, le due Parti hanno concordato di risolvere la questione il più presto possibile, nello spirito della tradizionale amicizia fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia”. 
“Infine – conclude il comunicato - si è rinnovato l’appoggio della Santa Sede alle legittime aspirazioni della Croazia alla piena integrazione europea e ci si è soffermati sulla congiuntura regionale, con uno speciale riferimento alla situazione dei croati nella Bosnia ed Erzegovina”.

Mons. Mamberti sui 20 anni di rapporti tra Santa Sede e Croazia: la sfida ora è l'integrazione nell'Ue
Auguro alla Croazia di vedere realizzata presto, così come è nei programmi, “l’aspirazione alla piena integrazione europea”. Sono le parole con le quali l’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, ha concluso ieri in Vaticano il suo intervento alla Conferenza celebrativa del 20.mo anniversario dei rapporti diplomatici Santa Sede e Croazia. Il servizio di Alessandro De Carolis:
È il 1992 l’anno di svolta nella storia recente della Croazia: il regime comunista cade, i croati sono tra i primi a proclamare la propria indipendenza da Belgrado, accelerando il processo di dissoluzione dell’allora Jugoslavia. La Santa Sede è tra i primi a riconoscere la nuova sovranità e appena due anni dopo Giovanni Paolo II rende visita al nuovo Stato, mentre in lontananza ancora rimbomba l’artiglieria contro Sarajevo. Dunque, pur contando 1300 anni di vicinanza e di rapporti “intensi” tra Santa Sede e l’antico popolo croato, non c’è dubbio – ha affermato mons. Mamberti – che “gli ultimi venti anni sono stati tra quelli più difficili ed allo stesso tempo cruciali per il suo futuro”. “Fin dalle origini – aveva detto nel giugno dello scorso anno Benedetto XVI visitando Zagabria – la vostra Nazione appartiene all’Europa e ad essa offre, in modo peculiare, il contributo di valori spirituali e morali che hanno plasmato per secoli la vita quotidiana e l’identità personale e nazionale dei suoi figli”. Oggi – ha ripreso mons. Mamberti dopo aver citato il Papa – “le sfide continuano” e i croati del 21.mo secolo “non possono che interrogarsi circa i valori sui quali intendono costruire la vita dei singoli e quella dell’intera nazione”.Benché la Chiesa e la comunità politica “operino a livelli diversi e siano indipendenti l'una dall'altra, entrambe – ha osservato il segretario per i Rapporti con gli Stati –servono gli stessi soggetti che, allo stesso tempo, sono fedeli della Chiesa e cittadini dello Stato”. In questo servizio, ha proseguito, “c'è ampio spazio per il dialogo e la cooperazione, a servizio della dignità di ogni uomo. Al centro della mutua cooperazione, infatti, sta il nostro impegno condiviso per il bene comune e per la promozione dei valori spirituali e morali, che conferiscono alla società croata il suo saldo fondamento”. Quindi, mons. Mamberti ha terminato l’intervento augurando alla Croazia che, “nel momento in cui viene prospettata e realizzata l’aspirazione di piena integrazione nell’Unione Europea”, il Paese “rafforzi la sua identità e così sia fermento di bene per gli altri Paesi”.